Sul metodo Stamina non spetta a noi fare gli scienziati. Ben altre persone con eccellenti competenze continueranno ad alimentare il dibattito e, speriamo, anche a risolverlo. Tuttavia risulta impossibile non guardare alle singole storie di chi insegue la speranza che esista in quel metodo un futuro di vita. Che sia fondata o sia un’illusione di quelle storie rimane la disperazione di persone che lottano per la guarigione, che non vogliono arrendersi alla malattia o a vedere un figlio, un amore, una persona cara spegnersi giorno dopo giorno. Tra queste storie quella di Alice oggi merita una presa di posizione. Una bambina di dodici anni da sempre sta lottando contro le conseguenze di un’infezione di citomegalovirus. I genitori hanno intrapreso la strada Stamina forti anche di ben quattro ordinanze del Tribunale del Lavoro di Treviso che sulla carta autorizzano le infusioni di staminali.  All’ennesimo ricovero della bambina la madre ha rifiutato la somministrazione di un farmaco diverso pretendendo il rispetto delle ordinanze. A seguito di questo episodio, il Tribunale dei minori di Venezia è chiamato ad esprimersi sulla sospensione della patria potestà e quindi sull’allontanamento di Alice dalla sua famiglia.  Estraniandoci dal contesto,  forse potremmo ipotizzare che quella mamma abbia sbagliato, che i medici vanno ascoltati, che la medicina non può essere una scelta fai da te. In ogni caso, non avremmo mai elementi per dire che quella donna non sia una brava mamma. Una che entra ed esce dai tribunali, una che da dodici anni non si arrende, una che tiene così sott’occhio la figlia da individuare ogni minimo impercettibile miglioramento o peggioramento, ha sicuramente sempre agito nella convinzione che ogni propria azione fosse quella giusta per il benessere della sua bambina. Quella convinzione non può averla nessun altro stante che sul metodo il dibattito è ancora in corso, che i pareri scientifici sono discordanti e le decisioni dei tribunali contrastanti. Inoltre, sarebbe estremamente crudele per la stessa ragazzina che alla sofferenza di dodici anni di malattia si aggiungesse quella di essere allontanata dalla propria famiglia rinunciando così a quel calore umano che spesso in casi come questi è l’unico filo su cui aggrapparsi alla vita. Se i tribunali vogliono ribadire che quella cura è una chimera non lo facciano allontanando Alice dai suoi genitori. Esiste anche la libertà di inseguire disperatamente la vita.

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