Garantisti verso tutti, severi verso se stessi. Con questo pensiero mesi fa decidevo di non candidarmi alle elezioni regionali del Piemonte essendo coinvolta nel processo c.d. Rimborsopoli che colpendo tutte le regioni vede ormai indagati centinaia di politici. Oggi che tutti i giornali parlano della condanna in primo grado di De Magistris nell’ambito dell’inchiesta “why not” rinnovo quello stesso pensiero. Sarebbe estremamente facile accodarmi nella fila dei rancorosi aderendo alla polemica contro il giudice diventato sindaco condannato dai giudici e invece non intendo puntargli il dito  contro. Anzi a modo mio voglio indegnamente difenderlo. La parola tutti, significa De Magistris compreso benché della sua attività in quel di Napoli io non condivida nulla. Il garantismo non è un’attitudine a giorni alterni e non dipende neppure da chi hai di fronte. I fautori della doppia morale non troveranno in me una nuova seguace. Semmai la reazione di De Magistris alla sua condanna, la decisione di non dimettersi nonostante l’applicabilità di una legge che ha già fatto fuori avversari politici con la complicità anche del suo silenzio, lo sbraitare contro i suoi stessi colleghi magistrati è solo la manifestazione più evidente della netta distinzione tra ciò che è Destra e ciò che non lo è,  al di là dei proclami e dei simboli di partito. La valutazione di tale distinzione dovrebbe essere prerogativa esclusiva dei cittadini per i quali avrebbe così ancora senso esercitare un potere sempre più liquefatto nel nostro bel Paese: il voto.  In ogni caso, la vicenda merita una riflessione in più, che dal destino di questo personaggio getta nuova luce sul rapporto tutto italiano tra politica e giustizia. In Italia può esistere una magistratura che dopo aver indagato sulla politica ne costruisce campagne elettorali e che entrando in politica subisce la legge del contrappasso autoscreditandosi, Giggino docet. E’ un Paese storto dove la sovrapposizione dei poteri ha portato ormai alla delegittimazione di entrambi. Per i cittadini che pensano che siamo una classe di corrotti senza appello ve ne sono altrettanti per cui una sentenza  non sempre è verità. Spesso la ragione è in entrambi questi fronti altre volte però in nessuno. Voglio cullarmi infatti nella convinzione che per un poltronaio esista da qualche parte uno statista e per un inquisitore esista sempre un Borsellino per cui vale la pena non gettare tutto nel calderone della demagogia del disgusto. In questa Italia sarebbe troppo chiedere che tale problema venisse definitivamente e serenamente risolto ma, lasciatemelo dire, la legge Severino – a cui lo stesso De Magistris non potrà sottrarsi per formalità – non è stata né una soluzione né uno strumento di prevenzione. E’ solo l’apice del melmoso contrasto in cui affondano le Istituzioni. Con la legge Severino, infatti, se c’è una politica sporca questa si  è già pulita la coscienza: non sapendo fare autocritica, non volendo rimettersi agli elettori, non riuscendo a selezionare la classe dirigente, non volendo mettere in purgatorio chi sbaglia, non avendo una coscienza ha pensato bene di farsela dettare dall’automatismo di una norma votata da quegli stessi parlamentari per cui non vale la sospensione di 18 mesi che dovrebbe essere invece applicata ad un sindaco condannato in primo grado e quindi ancora da ritenersi pacificamente innocente. La legge Severino per la parte della sospensione dalla carica in caso di condanna in primo grado vale per chiunque tranne che per il legislatore che l’ha voluta. Della serie la legge non è uguale per tutti ma ormai è uno strumento in un Parlamento sempre più accentratore che continua in quell’opera di smantellamento delle Istituzioni più vicine ai cittadini, tra cui i Comuni. Lo fa nella maniera più subdola e vigliacca, facendo spallucce e scaricando verso il basso tutti i propri errori accumulati nei secoli dei secoli e la conseguente legittima sfiducia del popolo. De Magistris ha sbagliato nello sbottare contro i giudici quando avrebbe dovuto rivolgere la sua rabbia a quella politica di cui oggi fa parte. I giudici sono inconsapevolmente e tristemente diventati lo scudo dietro cui i novelli vergini si nascondono sperando in tal modo di essere immuni e confidando di ovviare a quel taglio forzato di cariche con il posto di un sospeso non ricandidabile. Che loro continuino a fare il proprio lavoro. Che noi si apra gli occhi per riconquistare il coraggio e la  dignità di un libero passo indietro e non subire l’imposizione di un’ingiusta rinuncia.

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