Subitanea la chiesa ortodossa segna l’arrivo in Bosnia-Erzegovina. A nemmeno di un chilometro di distanza una moschea batte la bandiera dell’islam: verde, come la natura incontaminata ed acerba che domina questa terra, come i fiumi che la tagliano, come le ripiegate divise dei militari.
Sono nella Repubblica Srpska, nella parte a nord est di Sarajevo. E’ un susseguirsi di anonimi villaggi dall’agricoltura domestica alternati a campanili e minareti. Non c’è traccia di alcuna attività che si possa ritenere minimamente redditizia. Un cittadino su due e’ senza lavoro. La disoccupazione giovanile e’ al 60%. Il passaggio all’economia post comunista ha segnato la privatizzazione delle aziende molte delle quali hanno in poco tempo chiuso per bancarotta. Anche le rivolte popolari del 2014, a seguito del tracollo delle industrie del sale non sono servite a scuotere il Paese. Dopo Baja Luka, capoluogo amministrativo della repubblica, la via continua, priva di traffico, tra le pendici dei monti. E’ una delle tante strade a scorrimento lento in uno Stato ancora privo di importanti infrastrutture. Nei pressi di Jajce faccio una sosta in un ristorante, proprio davanti al lago. Entro nella minuscola toilette; quattro donne interamente velate con il niqab sistemano le proprie vesti facendo trapelare abiti bellissimi inequivocabilmente di manifattura Gucci. Una di loro parlando un inglese perfetto mi dice che le porte non si chiudono, di entrare, che veglierà lei sul mio pudore. I miei capelli sciolti ed il mio viso sfrontato sono l’unica parvenza di occidente che scompare di fronte a quelle figure dimidiate. Fuori, attese da uomini attenti e dai bambini, accorrono verso i sajjada rivolti verso la mecca; s’inginocchiano ed e’ subito un oscillare nella litania.

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