Riecheggia la preghiera del muezzin a Kibera, sovrastando una baraccopoli di un milione di abitanti nel cuore dell’Africa. Le rotaie di un treno risalente all’epoca coloniale inglese spezzano questo slum fatto di lamiere bucate e rifiuti. Ogni tanto passa e porta via con sé tutto, anche gli uomini. Come ogni città che si rispetti c’è un fiume. Non è la Senna di Parigi. E’ un fiume fatto di escrementi che dai secchi delle baracche finiscono nelle uniche acque della bidonville. A Kibera non c’è una rete idrica né una fogna. L’acqua potabile è un sogno. Le case non hanno mattoni tantomeno mattonelle. Non esistono edicole. Dove non ci sono rifiuti si cammina sulla terra battuta che impregna le narici con la sua puzza.  Ogni tanto si incrocia un ragazzo con una pettorina armato di paletta e secchiello, strumenti che lo Stato conferisce per rimuovere l’immondizia. Mi ricordano alcuni strapagati progetti del Comune di Torino solo che qui i ragazzi tra l’immondizia ci dormono gratis. I bambini di Kibera non conoscono i castelli di sabbia ma crescono  in asili fatti di polvere. Riecheggia la preghiera del muezzin ma al  passaggio di una sagoma bianca i bambini gridano più forte “How are you? How are you?” Chiedono solo un batticinque per  entrare nel loro regno. Poi inizia la canzone di benvenuto, Jambo Bwana. Ballano, battono le mani. Il loro sorriso ti nega il diritto di commuoverti. Su tutti quei bambini c’è la presunzione dell’HIV. Almeno uno dei loro genitori è morto di AIDS. Nessuno, maestre comprese, è esente dallo spettro del virus. Nessuno ha mai fatto il test. Costa troppo e comunque non è il problema principale in una vita combattuta tra i topi e gli escrementi, nella ricerca del cibo. Riecheggia la preghiera del muezzin ma è ancora la filosofia dell’Hakuna Matata a prevalere su tutto. Quella che noi abbiamo sempre identificato in una canzoncina da cartone animato è un’impostazione culturale che funge da deterrente verso ogni forma di ambizione, di sviluppo e pure di odio.  Il divario tra le condizioni di vita di chi dorme a Kibera e noi bianchi in Africa è troppo, incolmabile, irrecuperabile. Tuttavia, quella filosofia per cui non c’è nessun problema, neppure in un posto come Kibera, se ha impedito un impegno delle popolazioni locali ad uscire da quelle condizioni ha, nello stesso tempo, garantito agli occidentali di poter vivere l’Africa nella ricchezza, nell’agio, nello sfarzo, nel privilegio. Allo stesso tempo non si vede l’ombra di una ONG se non in qualche fortino costruito ad hoc per giustificare onde di finanziamenti finiti nel nulla. Gli unici baluardi occidentali sono medici senza frontiere e le organizzazioni cristiane. Riecheggia la preghiera del muezzin ed è impossibile non pensare alle violenze che da Mombasa a Baqua, da Mosul a Mogadiscio colpiscono tutti i giorni il continente nero in nome dell’islam. Eppure per quelle non ci incazziamo, non ci indignamo, non organizziamo marce in pompa magna, non portiamo in piazza milioni di persone. Rimaniamo a guardare, imperturbabili, impassibili. Poi, all’improvviso, arriva la notizia di un attentato a Parigi, dove scorre la Senna e non una palude di escrementi. Ci sentiamo toccati da un  fallaciano orgoglio di ritorno e siamo tutti improvvisamente qualcosa. Se la crisi dell’identità occidentale aveva bisogno di un manifesto lo abbiamo ritrovato nelle vie di Parigi della scorsa domenica: “je suis juif, je suis musulman, je suis chretien, je suis athee, je suis francais, je suis citoyen du monde, je suis charlie”.  Siamo tutto per non essere niente. Una manifestazione di oltre due milioni di persone viene aperta da una resuscitata internazionale, la stessa che ha fatto del buonismo lo scudo dietro cui nascondere i propri danni in giro per il mondo come a casa nostra. E’ la stessa che permette a un numero sempre più alto di immigrati clandestini di entrare nei nostri stati e rinuncia ad un aiuto concreto di quelle popolazioni nei loro territori, divenendo complice di una tratta di uomini inaccettabile. E’ la stessa che ogni giorno in Africa fa sfarzo del proprio benessere controllando fiumi di denaro riservati a pochi privilegiati. E’ la stessa che non controlla l’effettiva utilità per le popolazioni locali della nostra presenza nei paesi stranieri  E’ la stessa che ha rovesciato e combatte i governi laici in Africa e Medio Oriente, lasciando cristiani e non in balia dei fondamentalismi religiosi di matrice mussulmana. E’ la stessa che ha creato destabilizzazione di quei territori. L’estremismo islamico è la risposta sbagliata ad un problema reale, un divario palese di condizioni di vita tra nord e sud del mondo che l’ideologia internazionalista, chiusa la fase coloniale, ha contribuito a creare. E’ un’ideologia mielosa spalmata su un pezzo di pane che l’internazionale non ha mai condiviso con chi ha fame per davvero.

Diciamo la verità una volta per tutte. L’attentato a Parigi ci ha inorridito proprio perché avvenuto lì e non altrove, in un’Europa che per quanto matrigna sentiamo comunque come nostra. E’ una questione prima di tutto territoriale. Abbiamo avvertito la minaccia in una terra a cui sentiamo di appartenere. Un kamikaze sotto il balcone di casa ci intimorisce più di uno dall’altra parte del mondo. E’ banale, è umano, è la verità. Il resto sono retorica e propaganda. La riprova che non è la libertà di stampa ad aver mosso i potenti del  mondo a marciare sta nel fatto che la cronaca di oggi ci avverte che ora siamo meno liberi di ieri di dire cazzate. Bisogna avere solo l’onestà intellettuale di ammetterlo: noi a casa nostra la gente che ammazza in nome dell’islam non la vogliamo. Se poi avessimo anche un minimo di lungimiranza non la vorremmo neppure altrove, capiremmo che per ogni bimba fatta esplodere , per ogni vittima di terrorismo in Africa, per ogni ragazzino che nasce con la presunzione dell’AIDS dovremmo indignarci anche noi che siamo nati con la presunzione di una superiorità culturale di cui li non si vedono gli effetti. Il timore è che un giorno l’Hakuna Matata non reggerà più. Ci  odieranno per il nostro benessere, perché siamo in quei posti con i nostri agi, crescerà il consenso verso i fanatici che prospetteranno un futuro a chi crederà di non avere speranza, ai bambini condannati all’AIDS potrà essere disegnata una realtà diversa dagli asili di polvere, gli prometteranno di uscire dall’anonimato e dalla miseria, diventare eroi, martiri.

Riecheggia la preghiera del muezzin ma i bambini esplodono già. E Charlie Hebdo fa un fatturato per circa cinque milioni di copie. How are you?

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